La crisi della bigenitorialità non nasce nelle aule dei tribunali. Nasce molto prima: nella cultura. Quando una società smette di considerare uomini e donne persone ugualmente responsabili, ugualmente capaci di fare il bene e ugualmente capaci di fare il male, inevitabilmente finisce per guardare in modo diverso anche il padre e la madre. Secondo la nostra visione, la progressiva marginalizzazione della figura paterna in molte situazioni familiari è anche il riflesso di una cultura che, negli ultimi decenni, ha spesso interpretato i conflitti attraverso categorie rigide, nelle quali l’uomo viene più facilmente associato al ruolo di responsabile della violenza e la donna a quello di vittima da proteggere. Ogni generalizzazione di questo tipo rischia però di oscurare la complessità delle singole vicende. Quando il padre viene percepito come un genitore “meno necessario”, il primo a pagare il prezzo di questa impostazione non è l’uomo: è il figlio. Ogni bambino ha diritto, quando ciò è compatibile con il suo interesse e con la sua sicurezza, a crescere potendo contare sulla presenza affettiva ed educativa di entrambi i genitori. Privarlo di una delle due figure per effetto di pregiudizi, automatismi o stereotipi significa impoverire il suo patrimonio relazionale. Per questo motivo la bigenitorialità non può essere difesa efficacemente senza difendere, nello stesso tempo, vere pari opportunità. Le vere pari opportunità non significano favorire gli uomini o favorire le donne. Significano giudicare ogni persona per ciò che fa, non per il sesso a cui appartiene. Significano pretendere che la legge, le istituzioni, i servizi sociali, la scuola, l’informazione e l’opinione pubblica adottino lo stesso metro di valutazione per tutti.